L’organizzazione chiede di superare le criticità evidenziate dal TAR Lazio e di proseguire con uno strumento pubblico capace di tutelare gli agricoltori e contrastare le pratiche sleali
I prezzi riconosciuti ai produttori restano al di sotto dei costi medi di produzione, mettendo a rischio la sopravvivenza delle aziende e dell’intera filiera cerealicola italiana. Basta mortificare il lavoro dei cerealicoltori. Ismea continui a monitorare i costi medi di produzione del grano duro, costruendo un percorso condiviso che tuteli l’intera filiera e parta da chi semina, coltiva e raccoglie nei campi. È la posizione di Cia-Agricoltori Italiani dopo la sentenza con cui il TAR del Lazio ha annullato il provvedimento sul monitoraggio dei costi medi di produzione per il 2025, accogliendo il ricorso presentato da quaranta società del settore molitorio insieme a Italmopa.
La decisione del TAR Lazio
Il Tribunale amministrativo regionale non ha contestato nel merito i dati elaborati da Ismea, ma il procedimento seguito per determinarli. In particolare, i giudici hanno rilevato il mancato coinvolgimento delle aziende molitorie nella formulazione dei costi medi di produzione.
Cia sottolinea, tuttavia, come il monitoraggio rappresenti un provvedimento fortemente richiesto dal mondo agricolo. Affidare la rilevazione dei costi a un ente pubblico e terzo come Ismea significa mettere a disposizione degli agricoltori uno strumento trasparente e autorevole, indispensabile per garantire maggiore equilibrio nei rapporti commerciali.
Uno strumento contro le pratiche sleali
Il riconoscimento dei costi medi di produzione consente di dare concreta applicazione alla direttiva europea 2019/633 sulle pratiche commerciali sleali, recepita in Italia con il decreto legislativo 198 del 2021.
La normativa considera sleale l’imposizione di condizioni contrattuali particolarmente gravose per il venditore, compresa la vendita dei prodotti agricoli a prezzi inferiori ai costi necessari per produrli. Per Cia, il monitoraggio pubblico rappresenta quindi una tutela essenziale contro speculazioni e squilibri che continuano a scaricarsi sull’anello più debole della filiera.
Prezzi sotto i costi di produzione
Nel monitoraggio pubblicato lo scorso settembre, Ismea aveva individuato per il grano duro prodotto nel Mezzogiorno un costo medio pari a 31,8 euro al quintale.
Le quotazioni attualmente riconosciute agli agricoltori risultano, invece, nettamente inferiori: fino a 26 euro al quintale nelle regioni meridionali e circa 24 euro in Sicilia. Prezzi che, secondo Cia, non coprono neppure i costi sostenuti dalle aziende e finiscono per umiliare il lavoro, gli investimenti e la professionalità dei cerealicoltori.
Una situazione che rischia di determinare la chiusura progressiva di numerose imprese agricole e di compromettere la tenuta di un comparto fondamentale per l’economia e la sicurezza alimentare del Paese.
Tutta la filiera deve essere coinvolta
Cia invita Ismea a colmare le eventuali lacune procedurali evidenziate dal TAR, coinvolgendo tutti i soggetti interessati, ma chiede con fermezza che il monitoraggio prosegua.
La filiera del grano duro e della pasta rappresenta un asset strategico dell’agroalimentare italiano e necessita di un confronto partecipato tra agricoltori, industria molitoria, imprese di seconda trasformazione, stoccatori, grande distribuzione e mondo della ricerca pubblica.
Servono percorsi condivisi e strumenti capaci di salvaguardare i cerealicoltori, evitare possibili pratiche sleali e garantire un futuro a una produzione simbolo del Made in Italy.