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L’organizzazione chiede di ampliare i contratti di filiera e di accelerare l’approvazione dei 40 milioni previsti dal provvedimento “Coltiva Italia”

Prezzi inferiori ai costi di produzione, importazioni in aumento e aziende agricole sempre più in difficoltà: servono interventi immediati per tutelare una coltura strategica per l’agroalimentare italiano.

Cia-Agricoltori Italiani esprime apprezzamento per la convocazione, da parte del Ministero dell’Agricoltura, del tavolo dedicato al grano duro. Si tratta di una produzione fondamentale per il sistema agroalimentare nazionale e della materia prima indispensabile per la pasta, simbolo della cucina italiana riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Adesso, però, è necessario dare seguito agli impegni assunti e trasformare il confronto istituzionale in misure concrete per le imprese.

Un settore ormai allo stremo

Il comparto del grano duro vive una situazione di forte difficoltà, con una tensione crescente nelle campagne, testimoniata anche dalle recenti mobilitazioni promosse da Cia in diversi territori italiani, da Bari a Ravenna fino a Cagliari.

L’organizzazione chiede di ampliare i contratti di filiera, che attualmente interessano soltanto il 15% delle superfici coltivate, e di accelerare l’iter per l’approvazione dei 40 milioni di euro destinati al settore dal provvedimento “Coltiva Italia”.

Cia valuta positivamente anche l’impegno assunto dal ministro Francesco Lollobrigida per sostenere la promozione della pasta prodotta con grano italiano al 100% e rafforzare la ricerca pubblica. L’obiettivo deve essere quello di migliorare le pratiche agronomiche, contenere i costi e aumentare le rese, in un contesto segnato da cambiamenti climatici e scenari geopolitici sempre più instabili.

Prezzi troppo bassi rispetto ai costi

I prezzi del grano duro si attestano attualmente intorno ai 26 euro al quintale nel Centro-Sud, scendendo fino a 24 euro in Sicilia. Valori che Cia definisce sempre più insostenibili rispetto ai costi sostenuti dagli agricoltori.

Secondo Ismea, già nel settembre 2025 il costo di produzione nel Mezzogiorno era pari a circa 32 euro al quintale, una cifra che gli stessi produttori avevano considerato sottostimata. Da allora, la situazione è ulteriormente peggiorata a causa dell’aumento del gasolio agricolo, passato da 0,80 a 1,40 euro, e della crescita dei prezzi dei fertilizzanti, saliti fino all’80%.

Il raccolto 2026 è atteso in buona quantità e qualità, con una produzione stimata in circa 3,8 milioni di tonnellate su 1.150.000 ettari. Si tratta della prima coltura italiana per superficie, ma le rese previste non sono sufficienti a compensare l’incremento dei costi.

Importazioni in aumento e autosufficienza in calo

Un’altra criticità riguarda le importazioni, ormai considerate fuori controllo. In pochi anni, il livello di autoapprovvigionamento italiano di grano duro è sceso dall’80% al 56%, mentre la quota di prodotto importato si è stabilizzata intorno al 44%.

Nel 2025 le importazioni hanno sfiorato i tre milioni di tonnellate e per il 2026 sono previsti ulteriori ingressi per circa 2,6 milioni di tonnellate.

Per Cia servono controlli rigorosi e sistematici, non più effettuati soltanto a campione, insieme alla piena reciprocità degli standard sanitari, produttivi e ambientali applicati alle merci provenienti dai Paesi terzi.

L’organizzazione chiede anche un’applicazione più restrittiva del regime di “perfezionamento attivo”, prevedendone la possibile sospensione nei momenti di estrema difficoltà per il settore cerealicolo nazionale.

Una CUN più efficace e trasparente

La Commissione unica nazionale resta, secondo Cia, uno strumento utile per garantire maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi, ma il suo funzionamento deve essere migliorato.

Le attuali griglie relative al contenuto proteico e al peso specifico risultano eccessivamente selettive. È inoltre necessario introdurre la presenza dei garanti, prevedere una quotazione specifica per il grano biologico e assicurare un meccanismo capace di impedire le vendite al di sotto dei costi di produzione.

Una tutela già prevista dalla normativa europea sulle pratiche commerciali sleali, che deve trovare un’applicazione concreta ed efficace lungo tutta la filiera del grano duro.

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