Il presidente De Noia: «Il nuovo Marchio Biologico Italiano può valorizzare le produzioni nazionali e rafforzare il bio italiano sui mercati»
La domanda di prodotti biologici continua a crescere, ma questo andamento positivo non si traduce ancora in una redditività adeguata per le aziende agricole. È il quadro evidenziato da Anabio-Cia in occasione della Giornata europea del biologico, alla luce dei dati sul 2025 diffusi da Ismea. A pesare sulle imprese restano l’aumento dei costi di produzione, i rischi climatici, gli oneri burocratici e la difficoltà di ottenere un riconoscimento economico adeguato per il valore delle produzioni biologiche.
Consumi bio in crescita, superfici e operatori in calo
I numeri restituiscono un settore caratterizzato da dinamiche contrastanti. Da una parte, i consumi domestici di prodotti biologici registrano una crescita del 9,2%, raggiungendo un valore complessivo di circa 4,4 miliardi di euro. Dall’altra, diminuiscono sia le superfici coltivate con metodo biologico sia il numero degli operatori.
Gli ettari destinati al biologico scendono infatti del 5,4%, attestandosi a 2,37 milioni, mentre gli operatori del comparto diminuiscono dell’1,8%, fermandosi a poco più di 95mila.
«Il dato sui consumi conferma che il biologico è la prima scelta di spesa per sempre più cittadini – sottolinea il presidente di Anabio-Cia, Giuseppe De Noia –. Ma questo incremento deve tradursi in maggior valore per le imprese agricole».
Per Anabio-Cia è proprio questo il nodo da affrontare: la crescita della domanda deve riuscire a trasferire maggiore valore lungo la filiera, garantendo una remunerazione adeguata a chi produce e sostiene i maggiori costi richiesti dal metodo biologico.
L’Italia resta ai vertici europei del biologico
Nonostante la contrazione registrata nell’ultimo anno, l’Italia continua a mantenere una posizione di primo piano in Europa. Poco meno del 20% della superficie agricola utilizzata nazionale è infatti condotta con metodo biologico, un dato che mantiene il Paese ai vertici europei e lo avvicina all’obiettivo del 25% fissato per il 2030.
«La crescita della domanda può accompagnare quella degli ettari e degli addetti – prosegue De Noia – ma dobbiamo creare le condizioni affinché il settore torni a essere una scelta conveniente per le aziende nazionali».
La questione centrale resta quindi la sostenibilità economica delle imprese. Per consolidare il biologico italiano non basta aumentare i consumi: occorre creare condizioni capaci di sostenere gli investimenti, tutelare il reddito agricolo e rendere nuovamente conveniente ampliare o mantenere le superfici certificate.
Il Marchio Biologico Italiano come opportunità per le imprese
In questo scenario, Anabio-Cia guarda con particolare interesse al nuovo Marchio Biologico Italiano, che può diventare uno strumento ulteriore per valorizzare le produzioni nazionali e rafforzarne la riconoscibilità agli occhi dei consumatori.
Il marchio può contribuire a evidenziare l’origine italiana delle materie prime, rafforzando il posizionamento delle produzioni biologiche sia sul mercato interno sia sui mercati internazionali.
«Il nuovo Marchio Biologico Italiano – conclude De Noia – può rappresentare un ulteriore strumento di valorizzazione, rafforzando la riconoscibilità dell’origine delle materie prime italiane e l’attrattività del nostro bio anche sui mercati esteri, oltre a sostenere la crescita dei consumi interni».
Per Anabio-Cia la sfida è dunque trasformare la crescente attenzione dei consumatori verso il biologico in un vantaggio concreto anche per le aziende agricole, rafforzando il valore delle produzioni e garantendo maggiore redditività a chi opera nel settore.